L'opera di Umberto Bartoli si riflette e vive nella sua anima, come la sua anima si esprime nell'opera sua. L'una e l'altra si individuano e si armonizzano completamente, spiegandosi a vicenda in una spontaneità e immediatezza anacronisticamente sempre più giovanili.
Nato a Livorno, anzi all'Ardenza, nel 1888, il Bartoli sentì giovanissimo, addirittura bambino, il richiamo affascinante dell'arte alla quale, poi, ha dedicato tutta la sua vita. Ed ha lavorato vertiginosamente, con immensa passione, amando di infinito amore il suo lavoro. Egli è stato, in fondo, un autodidatta, perché non si può considerare scuola d'arte il laboratorio di falegnameria dell'istituto che lo ospitò bambino, alla morte del padre, e dove apprese il "mestiere" dall'abile insegnamento di un artigiano. E non si può considerare scuola lo scambio di idee e di gusti col Tarrini, vivace spirito livornese, scultore di caricature e di piccole immagini, quasi bozzettistiche, col quale fu legato da una lunga, profonda amicizia, interrotta solo dalla morte del Tarrini. Trasferitosi a Firenze poco più che ventenne, gli furono scuola l'accademia dove assisté a qualche lezione e le sale anatomiche del Chirurgi, ma soprattutto gli artisti del grande passato che agli Uffizi, al Bargello, a Pitti, gli offrivano il mondo meraviglioso delle loro opere. Arnolfo, Giotto, Donatello, Michelangelo. E Firenze gli entra nel cuore e nell'anima per sempre, con le sue architetture, il suo fiume e il suo cielo che diventano vita per lui come il mare di Livorno, le colline, gli alberi, la natura.
Sono tutti questi elementi di bellezza vissuta ed amata, insieme alla sua candida, ma profonda, fede religiosa, che valgono l'artista alla creazione di tante opere di soggetto sacro. Crocifissi, soprattutto, Santi e Madonne che la fantasia ha prima visto dentro il tronco dell'albero intero. "La figura è lì, in quell'albero. Io devo solo fare la fatica di tirarla fuori, di liberarla". E' l'asserzione del Bartoli, dettata soprattutto dalla sua fantasia, e dalla sua sensibilità. E il suo mazzolo a colpi decisi sullo scalpello ne ha liberate tante, un mondo, una selva, quel bosco dei suoi sogni che, a volte, egli ha avuto intorno a sé, nel suo studio.
E poi la sgorbia, usata con decisione, con pazienza, con amorosa perizia è passata e ripassata sulla superficie ancora scabra a segnare i lineamenti, le ombre sui volti che palpitano e fremono, le pieghe, il gioco e la trama delle stoffe, il vigore robusto o il molle abbandono delle mani, rinnovando vita, tormento, estasi e serenità. E' come una carezza su quel suo legno infinitamente amato e prediletto sopra ogni altra materia, perché nel legno non si può ripetere uno stesso volto, una stessa mano, uno stesso Crocifisso. Ogni sua creatura è singola, ha una sua vita, una sua anima inconfondibile. Del resto egli è nato scultore e a diciannove anni ha esordito con un capolavoro, l'Abele morente, ricavato da un pezzo di legno di pero. E' opera già perfetta, di fattura elegante, scolpita con rapida immediatezza, realizzata con voluta aderenza alla realtà, carezzata con amore infinito fino a renderne preziosa la superficie e commossa la sofferenza, in una felice, originale, giovanilissima interpretazione di passati modelli. E' l'opera che inizia la sua lunga attività, dalla quale egli non si è mai voluto né ha potuto staccarsi e che, in fondo, potrebbe concludere la rassegna della sua opera, tanto compiute ne sono la maturità, la meditazione, la perizia.
Nella sua produzione religiosa, ma la sua attività non si limita assolutamente a questo genere, un posto a sé, straordinario, occupano i Crocifissi in legno.
Sono grandi figure sbozzate con foga, che soffrono, in una varietà di espressioni e di atteggiamenti, la tragedia del Golgota, mai ripetendo uno sguardo, un moto, un palpito. E dallo studio dell'artista sono saliti sull'altare di numerose chiese fiorentine e del contado (Sacra Famiglia, Sacro Cuore, San Salvatore al Monte, San Gervasio, Sant'Jacopino, la Badia a Ripoli, Figline Valdarno) e sono andati anche molto più lontano, a Napoli, a Tunisi, in Papuasia, come a Salta, in Argentina, è andata una delle sue più belle Pietà.
La Pietà, dopo il Crocifisso, è un tema che torna frequentemente nella produzione religiosa del Bartoli. E ognuna di esse in un unico dolore e in un abbraccio racchiude la Madonna ed il Figlio. Sono blocchi potenti che richiamano forme arnolfiane o immagini sdutte che si affilano consunte dalla passione.
E poi San Francesco, il più umile, il più sereno dei Santi e, forse, il più vicino al suo Dio, di cui ha sofferto le stimmate e la piaga del costato e che è caro al Bartoli quasi in lui egli ritrovi la sua anima semplice e la sua natura spontanea e istintivamente immediata. Con il Cantico delle Creature e l'Inno al sole il Bartoli crea due delle sue opere più significative, che vibrano tutte della sua anima e del suo sentire. In esse la maniera dell'artista si è fatta ancora più viva, seguendo i suggerimenti che gli vengono dalla forma stessa dell'albero, nel ripetersi di un muto, ma intenso, dialogo. La materia si è fatta morbida, rispondendo docilmente all'intenzione dell'artista, mentre il volto inebriato del Santo dà luce e armonia a tutta la figura.
Morbido, lieve, di una sensibilità epidermica si fa anche l'avorio che il Bartoli ha lavorato con infinito amore, creando dei delicati Crocifissi che, in interpretazioni talvolta modernissime del soggetto, ripetono la sapiente preziosità di quelli cinquecenteschi.
La forma ne è ben definita, ricavata con decisa fermezza nella materia preziosa; le ombre giocano, create con perizia dalla sensibile mano dell'artista, sui volti sofferenti e sulle membra segante dalla passione. E la luce, scivolando sulle masse tornite, dà loro palpiti infinitamente sottili, in un gioco di conchiuse e perfettamente accordate armonie.
La fede, la musica, gli alberi, il mare, sono le componenti propulsive e ispiratrici del Bartoli scultore, come sono la molla instancabile della sua serena e sempre giovane personalità.
Le si ritrovano tutte nella sua più recente attività, la pittura ad encausto.
Vi si è abbandonato con entusiasmo e con fiducia, dando vita ad immagini robuste, quasi esclusivamente per via di colore. Un colore vivo, pieno, mediterraneo che solo qualche volta si incupisce in toni violacei o verdastri, a sottolineare un pensiero, uno stato d'animo particolare. Volutamente il Bartoli sembra, talvolta, ignorare perfino la prospettiva e le sue leggi geometriche, quasi che la sua fantasia non ne possa sopportare le regole.
Così l'immagine di San Francesco si schiaccia contro il verde di un bosco nel ripetere, estatico, l'atteggiamento di Gesù crocifisso, mentre i protagonisti della Fuga in Egitto si dispongono su uno stesso piano, con giochi verticalistici in un dolce, commosso ritorno all'ingenuità prospettica dei primitivi.
Ma il colore brilla e riveste dei suoi toni più vivi di rosso, di blu, di giallo, di verde, le immagini, ripetendo, a volte, gli incantevoli giochi delle più antiche vetrate di una fantastica chiesa.
E questi giochi di colore e di forme, si accettano, si godono, si amano, perché sono come un'evasione, un sogno sereno nella più dura realtà della vita, io credo, anche nell'intenzione dell'artista.
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